Il mare delle sardine, lo stagno del PD, la palude di Roma

Il mare delle sardine, lo stagno del PD, la palude di Roma

Il fenomeno sardine ha generato più commenti, in nemmeno due mesi di vita, dello sbarco sulla luna nel 1969. Consigli non richiesti, stroncature inappellabili, innamoramenti non ricambiati, analisi prive di dati (e ogni tanto qualcosa di saggio): neo-esperti di sardine che parlano ad altri neo-esperti di sardine, spesso in assenza delle sardine stesse. Ribadisco un punto che mi sta a cuore: lasciamole stare, che sbaglino (e hanno fatto anche qualche errore), che evolvano. Continuiamo ad andare dove fanno e organizzano, come a Piazza San Giovanni (se possibile, sempre meglio sostenerle prima, andarci di persona… non abbracciarle tramite la stampa dopo che la manifestazione è andata bene). Hanno scritto a Repubblica, e la lettera parla per loro: non hanno bisogno di esegeti. Per punti:

• hanno mostrato che la domanda di politica democratica è immensa. Il problema era l’offerta;
• hanno tolto spazio mediatico a Salvini (che le soffre);
• hanno proposto di ridisegnare il campo del conflitto politico-comunicativo: deve essere non-violento, deve essere sui contenuti. Un risultato che non si ottiene “pretendendo”, come sanno anche le sardine, che usano provocatoriamente questa formula. Si ottiene praticandolo e con un’azione pedagogica, che aiuti il pubblico democratico a rifiutare e aggirare il metodo salviniano. Mi pare che le sardine siano impregnate di spirito pedagogico.

Salvini va da Mario Giordano, si siede a tavola nel finto cenone coi suoi commensali mediatici: è in difficoltà. Continuate a parlare di voi, delle vostre storie, di quello che volete, di quello che siete, degli obiettivi comuni da raggiungere, di metodo democratico. Il messaggio delle sardine mi pare questo. Fate palestra politica, tutti i giorni! Approfittate della discesa a mare aperta delle sardine.

La connessione fra chi fa palestra e chi ha i muscoli atrofizzati è d’obbligo. E chi ha i muscoli atrofizzati? Da anni? Il Pd. Del Pd si sono dette tante cose, fra noi che vi abbiamo aderito e fuori. Ahimè… molte confermate poi dai fatti. Il Pd è uno stagno asfittico. Lo stagno del 18% (pensate ancora all’Emilia Romagna: il povero Bonaccini oggi deve tribolare. Ma perché nessuno prese sul serio quel dato abnorme del 2014, l’affluenza al 37% tra gli emiliano-romagnoli, per ridare un’anima al modello emiliano e arrivare sereni al 2020? Avevano 5 anni). Ma quali sono i problemi del Pd? Vado per punti. La sintesi mi farà essere troppo diretto, ma forse aiuta.

• L’ideologia delle origini, quella del “ma anche”: un vizio mai superato. In cosa crede il Pd? Quali sono le due, tre… battaglie imprescindibili alle quali associate il Pd? Nessuna. Fino alle sardine, di cosa parlare lo sceglievano Salvini e le crisi contingenti. Troppo deboli anche l’ideologia del “tranquilli, ci pensa la ditta” (Bersani) e quella del “fo tutto io” (Renzi). Ora ci aspetta un Congresso: speriamo di non restare delusi, speriamo che la montagna degli annunci non partorisca il topolino del nuovo “ma anche”;
• Il Pd è stato costruito per disincentivare la partecipazione. Chi si associa non conta; l’organizzazione non innova (innovano le associazioni, le imprese, le istituzioni… i partiti no: è una scelta); nessuno è allenato a curare il rapporto con la società (e così si perdono i voti) e le primarie non bastano più. Sono annunciati cambiamenti: aspettiamo.
• quando parla di disuguaglianza, giovani, periferie… il Pd parla genericamente di “deboli”. Può fare di più: si tratta di soggetti sociali con nomi e cognomi, che sono tali perché, evidentemente, abbiamo sbagliato politiche per troppi anni. Io apprezzo la carità, ma un partito di sinistra non fa “carità per i deboli”, fa politiche, offre occasioni di rappresentanza a ceti che devono unirsi per avere più potere per indirizzare le politiche pubbliche. Il Pd dovrebbe essere il frutto dell’alleanza dei – pochi – ceti produttivi dinamici di questo Paese e di chi ha perso voce politica.
• Chi non ha nulla da perdere e chi ha voglia di rischiare non appartiene al Pd: prima di cercare i voti dei “deboli”, si aprano loro le porte rinnovando il ceto politico, si li renda protagonisti. Idee nuove arriverebbero per forza: altrimenti è solo chiacchiera ipocrita. In alternativa, il Pd può accettare di essere il partito di un ceto medio, anziano, urbano e civile (e di un ceto politico a tenuta stagna): persone che conosco bene e con i quali ho piacere di parlare spesso, ma che forse non bastano più.

E concludiamo con Roma, la mia città. Mancano 18 mesi alle elezioni: partiamo presto. Partiamo su Roma e partiamo dalle politiche urbane (non si vota solo a Roma: ci sono anche Bologna, Milano, Torino…). Qui ho elencato i temi sui quali penso si debba ripartire sul piano economico e sociale. Però serve togliere la testa da sotto la sabbia e macinare chilometri dentro la città, trovare la nuova classe dirigente, accettare la necessità del ricambio, dell’apertura e della serietà che la sfida della piazza ha posto. La domanda è enorme, ma Roma non è l’Emilia Romagna: è messa molto peggio. Roma è una palude, fatta di poteri di veto e ansie di una classe dirigente ripiegata su stessa (“mi ha detto mio cugino che suo cognato sa che sua madre ha parlato con Caio, che sicuro vuole fare il sindaco”. E giù riunioni, delle quali il cugino parlerà con il cognato ecc. ecc.).

Ascolto interviste, si organizzano assemblee, incontri, cene… speriamo non si tratti del solito “cambiar tutto per non cambiare nulla”. Mi piacerebbe tornare agli anni in cui tutti noi eravamo orgogliosi di Roma, ma purtroppo non basta imboccare scorciatoie verso vecchi modelli, con una ripitturata di fresco. Dobbiamo fare di meglio.

Chiudi il menu