La nostra generazione impaziente alla prova di Giobbe

La nostra generazione impaziente alla prova di Giobbe

Qual è la virtù specifica della mia generazione, quella diciamo dei nati tra anni Settanta e Ottanta? Forse la flessibilità? O la creatività? O la capacità di predire e interpretare la continua innovazione tecnologica che trasforma le nostre vite?

Può darsi.

Il problema è che il Coronavirus – senza negare l’importanza delle qualità di cui sopra – ci sta sfidando su un terreno a noi completamente estraneo. La pazienza. Molti infatti si sono esercitati a definire il tipo di prova che ci viene riservata da questi giorni di isolamento. Unità, eroismo, resistenza. Ma la verità è che non occorre essere eroi per starsene dentro casa a leggere, guardare ogni sorta di pay-tv, chattare su molteplici piattaforme, telefonare e surfare compulsivamente tra un social media e l’altro, oscillando tra la strenua conta dei contagiati e l’eterno imperdibile gossip.

Se questa è la prova della nostra generazione c’è poco da essere fieri. Sembra una cosa minore al paragone dei nostri nonni che salirono sui monti, o sopravvissero alla guerra, o anche sopportarono le drammatiche restrizioni che l’economia di guerra comportò, e che recentemente sono state descritte dallo scrittore americano Jonathan Safran Foer nel libro “Possiamo salvare il mondo, prima di cena” (Guanda).

Ma la pazienza per noi è davvero un’esperienza inedita e titanica. Siamo abituati a conoscerci con un clic, a fare l’amore pochi clic dopo, ad aprire e chiudere relazioni in chat, a passare da un locale all’altro nella stessa serata (pub crawling) e a sostituire la cena con l’aperitivo, più rapido e meno impegnativo (se mi annoio non devo neanche trovare la scusa per alzarmi). Non abbiamo creato noi il modello di sviluppo onnivoro e suicida in cui siamo immersi, ma non sappiamo per il momento farne a meno, e dubitiamo di poterlo trasformare in un’alternativa ecologica, sostenibile ed equa.

Siamo la generazione che scrive di più nella storia (sms, chat, social media), e quella che probabilmente leggerà di meno, in cui per la prima volta il concetto di analfabetismo divarica dalla sua origine, ovvero dall’alfabeto (si parla infatti di “analfabetismo cognitivo” e “analfabetismo di ritorno”).

Insomma, siamo la generazione che, non per meriti suoi, ha compresso le dimensioni dello spazio e del tempo disimparando ad apprezzarle nella loro estensione. Tutto questo negli ultimi giorni è finito. Non possiamo muoverci e dobbiamo aspettare, leggere, parlare, annoiarci. Probabilmente tutto ciò non costituisce una prova degna di un racconto epico, di una generazione di eroi. Ma potrebbe cambiarci in meglio. Insegnandoci ad amare e amarci meglio, a rispettare, a meditare e ad attribuire valore a gesti che abbiamo sempre dato per scontato.

Che gusto diverso avrà domani salutarsi con due baci sulla guancia, abbracciare un amico, prendere al volo un treno che sta partendo e bersi una birra seduti su un muretto quando fuori è caldo? Che meraviglia ci sembrerà stare di nuovo insieme (da innamorati, da sportivi, in comitiva, a fare shopping) dopo questo stop forzato, mentre fino a ieri tutto sommato era più comodo rimanersene a chattare sul divano se fuori faceva un po’ freddo, anche se il freddo vero purtroppo non c’è più?

Quando questo maledetto virus sarà stato sconfitto ci aspettano mesi e anni tremendi. Tanti stanno perdendo il lavoro, tanti lo perderanno; settori economici sono già stati spazzati via e moltissime famiglie sono ormai al secondo giro di cinghia dopo gli anni bui che abbiamo alle spalle. Ma se saremo cambiati, ne verremo fuori. Con pazienza. La pazienza che ci sta facendo capire che cosa è davvero importante.

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