SE VOGLIAMO CAMBIARE ROMA DOBBIAMO DARLE UNA DIREZIONE

SE VOGLIAMO CAMBIARE ROMA DOBBIAMO DARLE UNA DIREZIONE

Nel tempo in cui la Capitale è orfana di una visione, di una direzione, di una guida, va preso atto che “Domani” ha aperto un dibattito serio su Roma, con lungimiranza, grazie agli spunti dell’amico Mario Giro. Nel suo articolo, pubblicato su queste pagine, fa riferimento all’“anima” perduta di Roma. Un punto di partenza che condivido.

Per questo, scrivendo il mio programma da sindaco sto facendo un esercizio particolare. Mi spoglio del mio sguardo per ascoltare le anime ignorate di questa città. Cosa servirebbe per migliorare la vita di un bambino, di un ragazzo, di una donna oggi a Roma? Le eterne emergenze della città, dalla monnezza agli autobus flambé, dalle buche alla Pubblica Amministrazione inefficiente, dalla carenza di abitazioni alla povertà, possono essere affrontate meglio se ci posizioniamo in questa ottica.

Vediamo nel dettaglio.

Bambini. Se pensiamo alla vita dei bambini, essa si svolge attorno ad alcuni poli: scuola, parco/giardino prossimo all’abitazione, eventuale centro sportivo. E cosa trova oggi in questi luoghi? Innanzitutto, un degrado pazzesco. Edifici scolastici fatiscenti, verde pubblico abbandonato, opportunità per lo sport carenti oppure a caro prezzo.

Che cosa dovrebbe fare il prossimo sindaco, che verrà eletto all’indomani della pandemia? Poche cose semplici e chiare: investimenti nella scuola; promozione della didattica all’esterno e incentivi per le scuole aperte al territorio; cura del verde pubblico anche grazie all’affidamento degli spazi pubblici ai privati (associazioni, comitati, imprese); piano regolatore dello sport di base.

Ma non basta: la “città a misura di bambino” è anche un grande cambio di prospettiva. Occorre favorire l’autonomia dei più piccoli consentendo loro di giocare per strada e nei cortili, e di spostarsi a piedi. Ciò richiede un ripensamento della mobilità e dell’urbanistica, come dimostrano peraltro esperimenti di successo in città come Barcellona (Superblock) e Parigi (Città dei 15 minuti).

Giovani. Dopo i 18 anni, Roma ti dimentica. Non c’è più la scuola che ti obbliga a svegliarti la mattina, mamma e papà perdono si trasformano in erogatori di servizi che non favoriscono l’emancipazione (su questo, illuminante la letteratura di Luca Ricolfi). Lavoro non ce n’è, a meno di crearselo da soli.

Due proposte flash tra le molte politiche che andrebbero messe in campo. Primo: un tavolo di progetti concreti che mettano finalmente insieme università, istituzioni, industrie, enti di ricerca e formazione. Roma deve tornare a valorizzare i propri talenti e attrarne di nuovi. Solo così arriveranno le aziende che nel mondo sono in cerca di competenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Secondo: istituzione di un “Sindaco della Notte”, che sia responsabile dell’elaborazione di un “Piano regolatore della Notte”. Già esistono queste pratiche nel resto del mondo, dove da decenni si è compreso che le città non possono “chiudere”. Un’Amministrazione seria raccoglie la bottiglia di birra dalla strada, e al massimo punisce chi la lancia senza rispetto. Ma si compiace dell’energia sociale dei più giovani, compressi nei vari lockdown: perché la cultura non è solo “rendita culturale” (Walter Tocci dixit), deve essere anche ambiziosa produzione.

Donne. Dall’inizio della pandemia si sono triplicate le violenze domestiche ai danni delle donne. Le conseguenze sociali di questo crimine diffuso saranno pienamente comprensibili soltanto nei prossimi mesi e anni. E che cosa fa la città di Roma, già carente di servizi e strutture per le donne? Con il Comune, si sforza di chiudere esperienze cruciali come la “Casa internazionale delle Donne” e “Lucha y Siesta”. Senza preoccuparsi di aprire una nuova casa-rifugio, un altro centro anti-violenza. In effetti, nel bizzarro portale che Virginia Raggi ha fatto preparare per compiacersi del suo splendido lavoro (cosefatte.it, non è uno scherzo), alla voce donne c’è un dato eloquente: zero “cose fatte”. Ma la lotta contro la violenza di genere non è sufficiente. Mi piacerebbe arrivare a un vero e proprio Bilancio di genere, come in città virtuose italiane o estere. Significa valutare le politiche complessive con una lente “rosa”, una modalità cross-cutting (per chi parla bene: trasversale). Un modo di riprendere quelle emergenze della città – rifiuti, trasporto, PA, servizi sociali, casi – e risolverli “alla maniera delle donne”. Per esperienza, possiamo affermare che lo saprebbero fare meglio di noi maschietti.

Infine, abbiamo il dovere di dire una grande verità. Roma deve smettere di vivere di ipotetici progetti o fantasiosi ragionamenti su come potrebbe diventare. Siamo già pieni di centinaia di idee rimaste nell’aria. Roma ha bisogno di prendere una direzione, deve superare la fase del problema applicando soluzioni. E questo si fa solo con un sindaco che si prende le sue responsabilità e decide.

[Da “Domani, 16 dicembre 2020]

 

 

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